Imponenza. Maestosità. Rispetto.

Queste le sensazioni e sentimenti che ti rimangono impressi quando volgi lo sguardo per la prima volta verso la vetta del Monte Bianco. Sia che lo si stia ammirando dal bellissimo centro abitato di Courmayeur, o dai 3.375 mt di quota del mitico Rifugio Torino, tali sensazioni non cambiano. Ma torniamo per un attimo, alla mattina del Natale 2013. Come da tradizione, apro assieme ai miei piccoli e consorte i regali portati nella notte da quel buffo signore vestito di rosso con folta e buffa barba bianca…… Scarto il mio pacchetto, trovo un puzzle, fatto a mano! Componendolo, pezzo dopo pezzo, trovo un immagine dei miei inseparabili Black Crows (n.d.r., sci da free-ride), assieme ad una stampa di una pagina web del sito alpinfoto.it, pubblicizzante un work-shop al cospetto del Bianco, organizzato dall’amico fotografo Mirko Sotgiu. Lacrima immediata. Marika, la mia dolce metà, aveva colpito ancora, regalandomi quello che sino a quel momento era un sogno. Un amante del free-ride ski e della fotografia naturalistica cosa poteva voler di più? La Vallée Blanche mi aspettava, ma i tre mesi e mezzo di attesa, pensai in quel momento, non sarebbero mai passati. La lunga attesa era inversamente proporzionale alla voglia di partire, facendomi desiderare ancor più di essere li, al cospetto di sua Maestà, il Bianco. E così, giorno dopo giorno, foto dopo foto, arrivò il giorno del tour. Decisi di anticipare la partenza al sabato all’alba, così da collegare una “toccata e fuga” al capanno Vecellese degli amici di SKUA NATURE, dove ho avuto modo di fotografare la Ghiandaia (Garrulus glandarius), la Poiana (Buteo buteo), il Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) ed altro ancora…..ma questa è un altra storia!

Dopo la giornata passata in capanno, giungo in serata a Courmayeur, dove decido di andare a coricarmi, vuoi la levataccia e le “fatiche” in previsione, davvero molto presto. La mattina successiva, l’appuntamento con il gruppo guidato dal fotografo Sotgiu, era in località La Palud, luogo di partenza dell’omonima funivia. Dopo una breve risalita, suddivisa in due tronconi con stazione intermedia, raggiungiamo i 3.335 mt di quota del Vecchio Rifugio Torino. Saliamo per un tunnel su cui di dispiega una la lunga ed infinita scalinata che porta dal Vecchio al Nuovo Rifugio (3.375 mt). Quaranta metri di dislivello che, stante l’altitudine, la pesante attrezzatura fotografica e gli scarponi da sci ai piesi, sono sembrati quattrocento. Dopo aver ripreso il fiato, ci affacciamo sulla splendida terrazza al cospetto dei “4000” più famosi dell’intero arco alpino. Il Cervino, Monte Rosa, la Grivola, Il Gran Paradiso, ed infine il Monte Bianco, svettano tra le altre centinaia di cime limitrofe. Si rimane letteralmente a bocca aperta, increduli ed ipnotizzati dall’incredibile panorama di cui si può godere da lassù. L’aria fresca e pura rende l’animo e la mente liberi da qualsiasi pensiero, buono o cattivo che sia, tanto che anche ora, a distanza di mesi, chiudendo gli occhi per qualche secondo, riesco a ricordare perfettamente quanto mi circondava. Ciò che la Natura ha creato e ciò che l’uomo, durante la storia dell’alpinismo ha sfidato. Quegli istanti resteranno immortalati per sempre nella mia mente.  Dopo un breve briefing del Fotografo e della Guida alpina (indispensabile quando si vuole affrontare in sicurezza un ambiente del genere), ci incamminiamo per un falsopiano di 4-500 metri, lungo il quale si può ammirare il cantiere edile più alto d’Europa, che nel 2016 darà vita alla nuova e futuristica funivia. Sci in spalla giungiamo finalmente sino al punto inizio della discesa sci-fotografica. Incredibilmente la mente quasi formatta la visione panoramica precedente quando gli occhi si sgranano nuovamente d’innanzi al paesaggio. 360° di vette innevate e roccia granitica, fanno da contorno ad un ghiacciaio in continuo movimento, dove i seracchi ed i crepacci si modificano di settimana in settimana. Premetto che, date le esigenze legate alla delicata equazione tra peso attrezzatura, sciata in free-ride e tempo a disposizione, tutte le foto sono state scattate a mano libera, senza utilizzo di filtri od altri accessori. Cominciamo la discesa al cospetto dei massicci circostanti, incrociando numerosi sci-alpinisti provenienti da Camonix. Durante le soste fotografiche, avevo il tempo di studiare l’immagine per qualche secondo, prima di essere completamente forviato dagli spazi che mi circondavano. Tutto sembrava che potesse essere raggiunto in un attimo, le cime circostanti parevano piccole vette. Ma quando con la reflex inquadravi le persone in lontananza sparse nel bianco, tutto prendeva un altra dimensione. Le proporzioni cambiavano radicalmente. L’uomo diventava un punto nero nell’immensità del bianco. Le cime diventavano d’improvviso altissime, insormontabili, raggiungibili solo da uomini come Walter Bonatti, che su quelle vette ha scritto la storia dell’alpinismo mondiale. Ci si rende conto soltanto lassù di quanto l’uomo sia effettivamente un corpo estraneo, quasi insignificante. Tra gli animali sono solo i Gracchi a spingersi a tali quote……e dovrà esserci pur un motivo serio no? Non c’è nulla. Niente cibo. Solo roccia, ghiaccio, neve, crepacci e vento.

Continuando la discesa arriviamo in un punto in cui il ghiacciaio si mostra in tutta la sua bellezza ed allo stesso tempo instabilità. I seracchi prendono forme e colori incredibili. Con il teleobiettivo (Canon 70/200 f4 L IS USM) ho cercato proprio di catturarne i particolari, le sfumature, dando importanza ad ogni porzione di ghiaccio, che apparentemente sembra insignificante, ma ragionando arrivi a comprendere che ciò che si sta inquadrando con la reflex, si è formato migliaia di anni prima, inglobando dentro se stesso tutta la storia di quel momento…ed allora tutto cambia. Ogni piccola sfaccettatura e sfumatura del blocco o guglia che si ha davanti, diventa un pezzo di storia, e la mente prova in quei secondi ad immaginare quei luoghi come potevano essere al momento di quando quei piccoli fiocchi di neve, trasformatisi poi in ghiaccio, sono scesi al suolo. E’ incredibile, ma per la prima volta nella mia vita mi sono sentito per davvero un corpo estraneo. La magia di quel momento venne interrotta in un secondo dalla Guida Alpina, che ci invitò a non sostare troppo nella zona, in quanto il Ghiacciaio è in costante movimento, costituendo quindi un eventuale problema per gli sci-alpinisti. Scendiamo ancora quindi, ed arriviamo nella famosa “salle a manger”. Un incredibile sequenza di rocce allineate, lungo il falsopiano della Mer de Glace, sporgenti dal manto nevoso, costituiscono un invitante luogo di riposo per gli avventurieri. Durante la pausa pranzo, tra uno scatto e l’altro ai Gracchi alpini, si ha modo di notare quanto sia sceso il livello del Ghiacciaio. Ma non ci si da peso più di tanto. Ripartiamo e dopo qualche km, giungiamo all’ultimo tratto sciabile, non prima di aver provato l’ebrezza dei “toboga”, crepacci sicuri, profondi anche 10 metri, in cui si ha la sensazione di essere proprio dentro il ghiacciaio. Con gli sci percorri velocemente le strette “S” caratteristiche, mentre con gli occhi ammiri le sfumature stupende del ghiaccio, sino a quando non si arriviamo, tristi, dinnanzi all’infinita scala metallica che porta alla stazione del Trenino a cremagliera del Montenvers. Salendo i trecentosettantaquattro scalini ad oggi presenti, troviamo sulla roccia granitica le targhe indicanti il livello del ghiacciaio anno per anno. In quel momento si, comprendi quanto ghiacciaio si sia ritirato. Quanto sia colpa dell’uomo o  processo naturale davvero non lo so. L’unica certezza è che questa giornata rimarrà per sempre impressa nella mente di un fotografo appassionato di sci e di montagna. La speranza è quella, un giorno, di poter ripetere l’esperienza con in miei due splendidi bimbi.